Otto dicembre 1970. A seguito della disastrosa alluvione avvenuta il 7 ottobre 1970 a Genova, dove l’acqua e il fango distrussero tutto quanto incontravano, tra cui circa mille o più auto, oltre a infrastrutture, la lega Navale di Varazze insieme alla Fiat, promossero l’eliminazione delle auto distrutte, calandole in mare per dare vita a un nuovo habitat per il ripopolamento degli organismi marini.
L’idea in quegli anni poteva avere un senso, visto l’esempio negli Stati Uniti d’America, per lo sviluppo di reef artificiali nel mare affondando vecchie navi e detriti di cemento.
Il 15 dicembre del 1970, le mille vetture bonificate da oli e benzina, principalmente Fiat 128 e 850, furono trasportate con delle chiatte al largo di Punta Olmo a circa un miglio dalla costa di Varazze. All’interno della prima auto calata in mare fu posta una bottiglia sigillata avvolta nel tricolore al cui interno venne inserito un messaggio al mare firmato dalle autorità locali e dai rappresentanti della lega Navale. Il messaggio riportava queste parole: “Queste auto che il fango dell’alluvione ha reso inutilizzabili, servano a ridare vita feconda a questo mare a testimonianza della laboriosità e della volontà di rinascita della gente ligure”.

Ricerca e immersioni
Sono trascorsi oltre cinquantacinque anni, e le auto “dimenticate”, giacciono sul fondale di circa 40 metri, nel silenzio rigoso del mare che lentamente le ha insabbiate e fagocitate. Dopo tanta ricerca del punto di affondamento e programmazione rimandata causa condizioni avverse del mare, finalmente riusciamo ad andare a visitare questo luogo sommerso tornato in auge.
Tutto ha inizio molti mesi quando Gianluca Albergotti, un giorno mi mostra alcuni video che riguardavano l’affondamento delle auto a Varazze. La curiosità scatta immediatamente e iniziamo a cercare il punto di affondamento per scoprire se dopo tanti anni, il mare ha trasformato questi relitti in una nuova secca. La ricerca delle mire non appare semplice.
Ma Filippo Albergotti, subacqueo giovanissimo sa smanettare molto bene con internet e recupera le possibili coordinate.
Gennaio 2026: la prima immersione esploarativa
E’ domenica mattina quando noi quattro amici sub, Lorenzo Bragagnolo, Ivano Predari, Gianluca Albergotti ed io, ci troviamo al porto di Arenzano, dopo avere prenotato il gommone di proprietà di Maurizio Gatti per andare a verificare le coordinate di Filippo. Quel giorno sarebbero scesi sott’acqua solo Lorenzo e Ivano, Gianluca ed io avremmo documentato la preparazione in superficie.
La giornata grigia si mostra inquietante, ma la curiosità di scoprire se le coordinate corrispondono, alimenta l’aspettativa di tutti. Maurizio e il suo aiutante Orante Trabucco, calano un pedagno mobile con un pallone di segnalazione di superficie sopra il punto delle nostre mire. Ivano e Lorenzo si tuffano e spariscono sott’acqua con luci, attrezzatura da ripresa, reel, scooter e rebreather.
Il tempo programmato per la perlustrazione è di circa 90 minuti. Il mare è calmo. Il tempo dell’attesa in gommone scorre lento con lo sguardo rivolto a qualunque segnale in superficie. Ivano e Lorenzo, professionisti dell’immersione, riemergono dopo 87 minuti di immersione, segnalando “Ok, tutto a posto”. Risaliti sul gommone e recuperato il pedagno mobile, li investiamo di domande. “Si il punto è esatto, le auto sono qui una sull’altra”. Ci raccontano la situazione e cosa hanno visto. Lorenzo ha ripreso le auto sotto il loro passaggio e Ivano ha steso oltre 150 metri di sagola creando un percorso in tondo attorno alle auto centrali dal punto di inizio e ritorno. Grandi!

Fotografia subacquea tra i relitti: le immagini sommerse
Arrivati a terra guardiamo il video sommerso che riproduce la quantità di auto avvolte nel fango. Per completare la nostra ricerca storica, manca qualche scatto fotografico. E’ una mattina di sole caldo, quando il mare è nuovamente disponibile dopo tante mareggiate. Oggi obiettivo, fotografie sommerse. Gianluca, Maurizio ed io ci immergiamo. Raggiungiamo il fondale a circa meno 37 metri. Nella la nebbia opaca dell’acqua appare una distesa grigia fangosa da cui emergono le auto.
La sagola stesa da Ivano è affiancata da un’altra, certamente aggiunta in seguito. Lo scenario è suggestivo e anomalo. Le auto versione relitti, per storia e cultura, sono più abbinate al lago che al mare. Gianluca posiziona due luci strobo alla cima di discesa, mentre sistemo i settaggi della macchina fotografica. Ci segnaliamo tutti e tre la direzione da prendere e iniziamo a perlustrare l’ambiente. Le auto sono affondate nel fango spesso, alcune fuoriescono con le ruote o pezzi di carrozzeria.
Lo sfacelo dell’accaduto nell’alluvione emerge ovunque. Sono auto, oggetti, ma conservano sigillato il disastro avvenuto in quel giorno del 1970. Molte sono rovesciate sul fondo o una sull’altra. Affondo le mani nel fango per sentirne la consistenza, una nuvola grigia si spande attorno ma si deposita in fretta. Cerco di capire come catturare le immagini senza sfiorare il fondale, posso scegliere di catturarle dall’alto, ma l’acqua oggi è torbida. Scelgo di cogliere la poca luce leggera del cielo d’acqua.
Gianluca mi segue e mi asseconda con i fari per illuminare meglio gli scatti. Mi chiedo: “Chissà dove si trova l’auto che contiene la bottiglia col messaggio scritto”. Quante storie di vita custodiscono queste auto, questi resti avvolti in questo fango grigio e spesso? E’ come se il mare avesse deciso di rispettare questo lutto, con questa coperta grigia fangosa che ha limitato la proliferazione della vita bentonica del mare. Guardo attorno mentre rubo, documentando, queste immagini silenziose. Qualcosa attira la nostra attenzione, ci avviciniamo. Una gigantesca Granseola si sta cibando adagiata ad una lamiera.
Terminato il nostro tempo di fondo, torniamo al pedagno. La luce strobo illumina la nebbia opaca dell’acqua. Ci scambiamo tutti e tre il segnale di risalita prima di lasciare questo scrigno riaperto e usurpato dei suoi silenzi.

Pianificazione dell’immersione
Necessario per la discesa: luci stroboscopiche, reels, torce. La profondità è adatta a immersioni in circuito aperto o chiuso secondo il tempo di fondo. Il fango è una coperta sparsa ovunque e servono giorni di mare calmo per evitare di scendere in acqua troppo scura e fangosa. Per chi desidera visitare questo luogo è consigliato di affidarsi ai diving professionali come Tek Diving di Andrea Bada e Haven Diving di Maurizio Gatti.
Ringraziamenti
Maurizio Gatti, Orante Trabucco, Andrea Bada.
La squadra subacquea: Lorenzo Bragagnolo, Ivano Predari, Gianluca Albergotti, Cristina Freghieri
Testo e foto di Cristina Freghieri










