Era la metà degli anni ’80 e, in quel periodo, sott’acqua si sperimentava di tutto. Non esistevano stagioni per immergersi: si andava in acqua tutto l’anno. D’inverno ci si cambiava in macchina e via, pronti per i tuffi.
Quando nel mio club si diffuse la notizia che organizzavano immersioni sotto il ghiaccio al lago di Lavarone, io e il mio buddy ci dicemmo solo «Questa ci manca».

La decisione di partecipare a un’immersione sotto il ghiaccio
«Vuoi forse rinunciare a questa prova “estrema”?” «MAI.»
Detto fatto: attrezzatura (da mare!!) nella sacca e via, più veloci della luce ad affrontare questa nuova “avventura”!!!
La macchina era il nostro mezzo di locomozione, lo spogliatoio e anche la camera d’albergo: non potevamo permetterci altro. Dopo una notte passata nei sacchi a pelo sui sedili reclinati (già gran lusso per l’epoca) ci presentammo di buon mattino al, chiamiamolo così, «diving».
Preparazione improvvisata e attrezzatura inadeguata
Per noi giovani di belle speranze era tutto nuovo e divertente: dalla gente che girava in montagna in pieno inverno con la muta addosso, a chi praticava fori nel ghiaccio, fino a quelli che ci infilavano dentro delle corde.
Ci dicevamo: «Ma secondo te c’è davvero roba così grossa da pescare qui sotto? In questa stagione?».
Primo: cambiarsi. Come detto nel nostro spogliatoio/bagagliaio della station wagon.
Secondo: foto di rito dei due sorridenti “pirl…genui” in costume da bagno a –10°, con tanto di passeggiata sulla neve a piedi nudi.
L’arrivo sul lago e il confronto con i subacquei esperti
Nel frattempo osservavamo incuriositi gli altri partecipanti. Avevano addosso roba strana: mute così larghe che ci potevano stare comodamente in due; e meno male che ci avevano spiegato che più la muta è stretta, meno calore disperdi. Dilettanti!
E quanto facevano ridere quelli coi «calzini»? E gli altri con i passamontagna e i guanti enormi? Da sbellicarsi proprio. Ma cos’era tutta quella roba?
Vabbè, finimmo di prepararci velocemente: muta umida da 5 mm, pinne, maschera e boccaglio in mano, pronti ad affrontare l’uscita dall’auto.
Problema: come potevamo raggiungere il tipo che stava là vicino ai pescatori? Non con le pinne ai piedi, ma nemmeno scalzi: la foto va bene, ma camminare fin là ci pareva un po’ eccessivo.
Vai di scarponcini…senza calzettoni.
Arrivati sul posto, ci sentimmo osservati e, diciamo, un po’ “snobbati” dal resto del gruppo. Qualcuno parlottava, qualcuno rideva, altri ci additavano. «Mai visto un sommozzatore?», pensavamo.
Del resto noi ritenevamo loro quelli vestiti “strani” sebbene, viste da vicino, le mute larghe, i calzari (non calzini!) i guanti ed i cappucci (non passamontagna) fossero tutti in neoprene…cominciammo a sospettare qualcosa.
Vabbè, comunque tutti avevamo le stesse pinne, maschera, boccaglio e bombole. Quindi tutto a posto.

Il foro nel ghiaccio e l’inizio dell’immersione
Capimmo finalmente che il buco con le corde non serviva per pescare: eravamo noi a doverci calare là dentro. Bello! Pensa che esperienza da raccontare al club domani!
Quando stava per arrivare il nostro turno, l’organizzatore si avvicinò e ci chiese se eravamo certi di volerci immergere. Lo guardammo straniti: ci eravamo iscritti, no? Avevamo fatto il viaggio fin lì e dormito in macchina apposta, perché avremmo dovuto cambiare idea? Bah.
Così, per tutta risposta, per dimostrare che niente mi spaventava, sedermi sull’orlo del foro, indossare la maschera, mettere l’erogatore in bocca e tuffarmi in acqua fu un tutt’uno.
Ho dimenticato di dire che, così giovane, mi vantavo incoscientemente di essere un “ibernista”, pertanto il “freschetto” che avvertii non mi disturbò più di tanto.
Nuotare sotto il ghiaccio tra stupore ed errore di valutazione
Sotto di me un sommozzatore col bibo mi indicava di tenermi alla corda con le mani (nude!).
«Oh», gli feci capire a gesti, «sono un Tre Stelle CMAS, mica un pivello!». Ma quello insisteva; così, per non irritarlo, lo assecondai e iniziai la mia “escursione” subacquea.
Mi lasciai rapire dallo spettacolo: stavo nuotando sotto uno spesso strato di ghiaccio e c’era gente che mi camminava sopra la testa. Ero immerso in acqua purissima, grigio e bianco tutto intorno.
All’improvviso mi passò accanto un apneista. «E questo da dove sbuca?» pensai.
I primi segnali di ipotermia sott’acqua
Ma ero troppo affascinato dalla situazione per indagare: era tutto unico, nuovo, diverso dal solito. Mi prese una sensazione mai provata: un brivido lungo la schiena. Pensai fosse l’emozione, ma poi ne arrivò un altro, accompagnato da un filo d’acqua gelata che, dal collo, scendeva verso le gambe.
Provai a sistemare la maschera, ma scoprii che le dita delle mani non si piegavano più. «Oddio, un’embolia?» Poi realizzai che era impossibile: ero a pochi metri di profondità da appena cinque minuti.
Faticavo a tenermi alla corda, tentai di spingere con le gambe ma non rispondevano: completamente intorpidite. «Allora è davvero un’embolia!»
Iniziai a preoccuparmi, ma ricordai gli insegnamenti del mio istruttore: calma nelle emergenze.
Incontrai un sommozzatore, sempre col bibo, tutto nero e “brutto”. Vide i miei occhi sbarrati e scambiò l’OK; non riuscii a rispondere. Notati allora le mani nude (viola), i piedi nudi (nerastri) e la testa scoperta, mi prese sottobraccio per accompagnarmi all’uscita. Ma no!
Le mie Tre Stelle CMAS mi diedero la dignità di fargli segno che era tutto OK e che avrei proseguito da solo… ce l’avrei fatta!
Sì, ma quanto mancava? Stavo realmente congelando e iniziavo a perdere lucidità.
Finalmente un bagliore chiaro: l’uscita. Con le ultime forze mi aggrappai alla corda e raggiunsi il foro. Emersi, mollai l’erogatore e inspirai profondamente. L’aria di alta montagna, in pieno inverno, pareva perfino tiepida.
Un organizzatore mi disse di uscire. Gli feci cenno che non potevo.
Ero semiparalizzato: le gambe non reagivano e non riuscivo a dare la spinta per uscire. Capì e mi tirarono fuori in due. Solo allora tutti realizzarono che non stavo affatto bene. Arrivò il soccorso.
Provai (sempre la dignità da Tre Stelle CMAS) a dire che andava tutto bene, che avevo solo un po’ di freddo. Inutile: mi caricarono in ambulanza.
Le conseguenze fisiche e il risveglio
Mi avvolsero in una coperta termica (allora io conoscevo solo quelle di lana…) e cercarono di togliermi la muta, ma ero rigido come uno stoccafisso. Il medico si spazientì, prese la siringa e — come un pugnale — me la piantò nel petto attraverso la muta. Non so cosa contenesse, ma sentii una fitta tremenda seguita da un tremore violentissimo che mi fece balzare a sedere. «Tutto OK, tutto OK!», urlai, tentando di alzarmi. Ma dove volevo andare ancora a piedi nudi sulla neve? Mi rimisero giù.
Dopodiché non ho alcun ricordo, fino a quando mi risvegliai in una stanza calda e accogliente, disteso su un letto, sotto una coperta… con la muta ancora addosso. Fine dell’avventura.
Andata di fortuna anche stavolta! Ma ho imparato che l’uomo non è una creatura in grado di sopravvivere in condizioni estreme se non con l’adeguata attrezzatura, e che i giovani… come si dice… sono “pirl…genuì”. Da grande lo capisci, ma prima devi sopravvivere alla giovinezza.
Oppure fai come il mio buddy: se sei meno “pirl…genuo” della media, mandi avanti un altro e, visto come ne esce, tu te la risparmi!
Immagini creata con ausilio dell’A
Articolo originale su ScubaZone 83
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