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Baia sommersa, dalle acque riemerge il laconicum romano attribuito alla villa di Cicerone

Sotto pochi metri d’acqua, nella Zona B del Parco archeologico sommerso di Baia, è tornato leggibile un frammento importante della città romana sprofondata nei Campi Flegrei. Non si tratta soltanto di un pavimento decorato o di una nuova struttura individuata sul fondale: gli archeologi hanno documentato un impianto termale romano, con un laconicum e un sistema di riscaldamento ancora riconoscibile.

Il dato più interessante riguarda l’ipotesi di attribuzione. Le strutture potrebbero far parte dell’area della villa di Cicerone, una delle residenze che l’oratore possedeva tra Cuma, Pozzuoli e il litorale flegreo. La connessione non è ancora confermata, ma il contesto, i materiali e le fonti antiche rendono l’indagine particolarmente rilevante.

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Credits: Andreas Solaro/AFP tramite Getty Images.

Il mosaico riemerso nella zona B

Il ritrovamento ha un antefatto quasi da indagine archeologica. Il cosiddetto “Mosaico delle onde”, studiato e rilevato negli anni Ottanta, sembrava scomparso sotto sabbia, sedimenti e correnti. Nel 2023 è stato nuovamente individuato, riportando l’attenzione su un settore del parco sommerso già noto, ma ancora capace di restituire dati nuovi.

Il pavimento si trova a circa tre metri di profondità, in un’area accessibile e al tempo stesso delicata. Nei testi forniti viene indicato come “il pavimento rinvenuto sott’acqua, nella zona B del Parco archeologico sommerso”. L’elemento non va letto come un reperto isolato: il mosaico poggia ancora su parte dell’impianto originario e conserva tracce utili per capire la funzione degli ambienti.

Per un subacqueo esperto, Baia è un luogo particolare proprio per questo: il fondale non mostra semplicemente rovine sparse, ma porzioni di città dove le architetture mantengono ancora rapporti leggibili tra pavimenti, muri, canali, colonne e ambienti termali.

Un laconicum sotto il mare

La struttura più significativa è il laconicum, una sauna romana. L’ambiente conserva un pavimento a mosaico collegato al sistema delle suspensurae, il metodo usato dai Romani per riscaldare gli ambienti termali.

Il meccanismo era basato su piccole colonnine di mattoni o laterizi, le pilae, alte circa 60, 80 centimetri e disposte in modo regolare. Sopra queste colonnine veniva appoggiato un secondo pavimento, sollevato rispetto al livello inferiore. Lo spazio vuoto creato sotto il pavimento permetteva la circolazione dell’aria calda e del fumo provenienti dal praefurnium, la fornace.

Il sistema non si limitava al piano di calpestio. Nei muri erano inseriti tubi cavi in terracotta, i tubuli, che consentivano all’aria calda di salire lungo le pareti. In questo modo l’ambiente veniva riscaldato in modo distribuito, con una soluzione tecnica già molto avanzata per l’epoca.

Il dato archeologico è importante perché le strutture non sono state soltanto avvistate: erano già state individuate nel 2023, ma ora risultano documentate in modo più preciso. I frammenti ceramici recuperati durante lo scavo potranno aiutare a definire meglio la cronologia della costruzione e, forse, le fasi della sua distruzione.

Perché entra in gioco Cicerone

L’attribuzione alla villa di Cicerone resta prudente. I testi parlano di una possibile connessione, non di una certezza. Il punto nasce dalla posizione del sito e dalle fonti antiche che collocano proprietà dell’oratore nell’area flegrea.

Marco Tullio Cicerone possedeva numerose ville, che definiva “gemme d’Italia”. Tra queste sono ricordate le residenze di Cuma e Pozzuoli, spesso indicate nelle lettere come Cumanum e Puteolanum. Plinio il Vecchio cita la villa di Pozzuoli nella Naturalis Historia, collegandola a un’Accademia sul modello delle scuole filosofiche di Atene.

Il quadro fornito dalle fonti è coerente con la presenza di una residenza di alto livello. Cicerone era un grande proprietario immobiliare: oltre alle ville di Arpino, Formia, Tuscolo, Pompei, Cuma, Pozzuoli, Astura e Sinuessa, possedeva anche una villa sul Palatino acquistata da Crasso per 3,5 milioni di sesterzi. Aveva inoltre diversi diversoria, piccoli alloggi privati usati durante gli spostamenti lungo le strade principali.

Il collegamento con Baia, quindi, è plausibile nel contesto delle proprietà e della frequentazione aristocratica della zona. Ma la conferma dovrà arrivare dai dati: materiali, stratigrafia, confronti architettonici e ulteriori indagini.

Baia, ville e politica del tempo libero

Baia era uno dei luoghi più ambiti dall’élite romana. Le acque sulfuree erano note per le proprietà terapeutiche già dal II secolo a.C., ma nel I secolo a.C. il centro termale assunse una funzione più ampia: divenne una località di soggiorno per aristocratici, generali e imperatori.

Le fonti ricordano la presenza di Mario, Lucullo, Giulio Cesare, Augusto, Nerone e Adriano. Cesare possedeva una villa sull’altura oggi dominata dal Castello Aragonese, Augusto trasformò l’area in residenza imperiale, Nerone vi fece costruire un palazzo e Adriano vi trascorse gli ultimi giorni della sua vita nel 138 d.C.

Il poeta Sesto Properzio descriveva Baia come “un vortice di lusso” e “un porto di vizi”. Anche Svetonio e Seneca la associavano all’eccesso, definendola il “luogo dove Roma si perdeva”. Sono formule letterarie, ma restituiscono bene il ruolo della città: Baia era un paesaggio politico, sociale e termale, dove il prestigio passava anche dall’architettura privata.

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L’archeologia subacquea tra rilievi e restauro

La documentazione del sito non riguarda solo lo scavo. Nei testi forniti si cita anche l’impiego del multibeam, con una chiara immagine del Portus Julius e del canale di accesso ottenuta attraverso questa tecnica. È un passaggio importante perché Baia non può essere letta solo con l’occhio del subacqueo: il sito richiede rilievi, mappature, confronti e ricostruzioni.

Il lavoro proseguirà con il restauro del mosaico, in parte coperto da concrezioni, e con la salvaguardia delle tracce di affreschi sulle pareti. Ogni intervento dovrà tenere insieme due esigenze: rendere leggibili le strutture e proteggerle in un ambiente instabile, dove sedimenti, organismi marini e correnti modificano continuamente la superficie dei reperti.

La storia stessa del “Mosaico delle onde”, perduto alla vista per decenni e poi ritrovato, mostra quanto il fondale di Baia sia mobile. Qui l’archeologia non lavora su una rovina immobile, ma su un paesaggio sommerso che cambia lentamente.

Una città romana ancora leggibile sott’acqua

Il declino di Baia fu legato a invasioni, terremoti e attività vulcanica dei Campi Flegrei. Tra il XVI e il XVIII secolo una parte consistente della città finì sott’acqua. Oggi restano mosaici, strade lastricate, colonne, statue e ambienti architettonici visitabili con immersioni guidate o attraverso imbarcazioni dal fondo trasparente.

La nuova documentazione del laconicum aggiunge un tassello a questa lettura. Non conferma da sola la villa di Cicerone, ma rafforza l’immagine di un settore residenziale e termale di alto livello. Per chi conosce Baia sott’acqua, il punto non è la singola scoperta da isolare, ma la continuità tra gli elementi: un mosaico, un pavimento sospeso, una parete riscaldata, un canale antico, un porto sommerso.

È in questa continuità che il sito conserva il suo valore. Baia non restituisce il passato in forma ordinata. Lo fa per frammenti, spesso a pochi metri dalla superficie, dove basta un sottile strato di sabbia per nascondere o rivelare un pezzo di Roma.

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