Oltre un terzo di squali e razze è oggi minacciato di estinzione. La causa principale è la sovrapesca, sia mirata per pinne, carne, branchie e olio di fegato, sia accidentale come bycatch nelle reti e nei palangari destinati ad altre specie.
Nel 2025 oltre 70 specie di squali e razze hanno ricevuto limiti commerciali nuovi o rafforzati nell’ambito della conferenza globale sul commercio di fauna selvatica tenuta in Uzbekistan. Un passaggio politico rilevante. Ma secondo una nuova ricerca pubblicata su Nature Ecology and Evolution, questo non è sufficiente.

Nuove restrizioni CITES su squali e razze
La CITES, Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate, regola oggi il commercio di oltre 41.000 specie. Più di 1.000 specie di squali e razze rientrano nel sistema.
I Paesi possono esportarle solo dimostrando che il prelievo è sostenibile. Per alcune specie altamente minacciate, tra cui pesci sega, mante, diavoli di mare, squalo balena e squalo longimano oceanico, il commercio internazionale è consentito solo in circostanze eccezionali.
In teoria, questo meccanismo dovrebbe ridurre la pressione di pesca. In pratica, il passaggio dalla regolamentazione formale al recupero delle popolazioni è tutt’altro che garantito.
Pesca locale e mortalità non legata al commercio internazionale
Il commercio internazionale è solo uno dei motori della sovrapesca. Una quota significativa della mortalità deriva dalla pesca di specie selvatiche destinate ad altri mercati. In molte marinerie artigianali, squali e razze rappresentano una cattura secondaria con valore economico locale.
Questo significa che la mortalità continua anche indipendentemente dall’andamento del commercio globale. In diversi contesti costieri, la produzione è trainata dall’offerta più che dalla domanda: il bisogno primario è generare reddito.
In Indonesia, racconta la ricercatrice Hollie Booth, quando ai pescatori viene chiesto cosa farebbero in caso di calo dei prezzi degli squali, alcuni rispondono che aumenterebbero lo sforzo di pesca per mantenere il reddito. In scenari simili, le sole iscrizioni CITES difficilmente riducono la pressione se non sono accompagnate da interventi sulle cause locali della sovrapesca.

Dall’applicazione formale ai risultati concreti
La CITES viene attuata attraverso politiche nazionali. L’efficacia varia in modo marcato. Esistono esempi di gestione efficace, come quello dell’antilope saiga in Kazakistan, dove le misure hanno contribuito al recupero della specie.
Ma esistono anche casi in cui le norme restano sulla carta. Analisi recenti sui flussi del commercio globale di squali suggeriscono che per alcune specie la protezione sia, di fatto, solo formale.
Anche restrizioni introdotte con buone intenzioni possono produrre effetti indesiderati. Se l’offerta diminuisce mentre la domanda resta forte, i prezzi aumentano. Questo può incentivare pesca illegale e mercati neri. Dinamiche simili si sono già osservate per pangolini e avorio.
Per squali e razze esiste inoltre il cosiddetto “snob effect”: quando un prodotto diventa raro o costoso, può risultare più desiderabile. In contesti in cui il consumo di prodotti derivati dallo squalo è legato allo status sociale, la scarsità può alimentare ulteriormente la domanda.
Spostamento della pressione di pesca
Un ulteriore rischio è il trasferimento dello sforzo di pesca verso specie non protette. Quando l’Indonesia ha introdotto misure di protezione per le mante, parte dei pescatori si è orientata su altre specie di razze prive di protezione.
In questo caso, la pressione non si riduce ma si redistribuisce. Il risultato netto sulle popolazioni può essere nullo o addirittura negativo.
Tre scenari per il futuro degli squali
Secondo l’analisi pubblicata su Nature Ecology and Evolution, si delineano tre possibili traiettorie.
Nel caso più favorevole, le nuove iscrizioni CITES innescano riforme integrate lungo l’intera filiera. I Paesi produttori introducono limiti di cattura sostenibili, gestiscono il bycatch e rafforzano i controlli sia nella pesca artigianale sia in quella industriale. Le misure vengono applicate in modo efficace, con supporto equo ai pescatori su piccola scala.
Sul fronte della domanda, interventi mirati riducono l’attrattività economica dei prodotti derivati da squali. La sovrapesca si arresta e le popolazioni iniziano a recuperare. Evidenze relative ai mammiferi indicano che questo percorso è possibile, ma solo se la CITES diventa il punto di partenza di una gestione multilivello.
Lo scenario intermedio è quello del business as usual. Le politiche vengono adottate formalmente, ma la pesca prosegue. Il commercio continua nei mercati domestici o attraverso nuove strutture burocratiche internazionali, oppure si sposta verso canali illegali. Le evidenze attuali sui flussi commerciali globali suggeriscono che questa sia una traiettoria plausibile.
Nel caso peggiore, le restrizioni producono un effetto opposto a quello atteso: aumento dei prezzi, espansione dei mercati neri, maggiore pressione sui pescatori economicamente vulnerabili, incremento dello sforzo di pesca e accelerazione del declino.
Misurare il successo oltre il numero di norme
Le nuove restrizioni hanno ottenuto visibilità mediatica. Ma, come sottolinea l’autrice della ricerca, la fase più complessa inizia ora. Le iscrizioni CITES rappresentano un mezzo, non un fine.
Se l’obiettivo è una gestione sostenibile degli squali, il successo non può essere misurato dal numero di nuove politiche adottate, ma dall’abbondanza e dalla diversità delle specie e dal benessere delle comunità che dipendono dalla pesca.
Per chi opera in mare, questo significa guardare oltre il solo commercio internazionale e concentrarsi sulla mortalità complessiva da pesca, sulla gestione del bycatch e sulle dinamiche socioeconomiche locali. Senza questo passaggio, i limiti al commercio globale rischiano di restare un passaggio formale in un quadro di declino che continua.
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