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La Posidonia oceanica: l’oro verde del Mediterraneo. Non chiamatela alga!

La precisione, innanzi tutto. Il rispetto e la cura, poi. Sì, perché la Posidonia oceanica non è un’alga come le altre. Anzi, non è nemmeno un’alga. La Posidonia oceanica è quella macchia verde scuro che intravvedete sul fondale mentre navigate verso riva, una chiazza d’ombra che appare di tanto in tanto, mentre il mare da blu cobalto comincia a diventare turchese. Secca sull’arenile, sembra un groviglio di stelle filanti l’ultimo giorno di Carnevale: è grigia, ammassata in cumuli e ridotta a brandelli. A calpestarla con i piedi bagnati vi si appiccica come fosse nastro adesivo e può restare attaccata ai talloni per ore: fino al vostro prossimo bagno, quando – con vostra somma gioia – si staccherà e verrà presto sostituita da altra posidonia, sulla quale, inutile dirlo, avrete rimesso i piedi.

È ora di indossare la maschera, nuotiamo. A pochi metri dalla superficie, la posidonia è completamente diversa. Sotto di voi compare una foresta verde smeraldo, venata d’argento, che ondeggia nella corrente, brulicante di una vita che certo non vi aspettavate di incontrare. Non ve la aspettavate proprio: cercavate l’azzurro senza capire che il mare non è mai soltanto azzurro. E allora ecco una murena che vi osserva, con quell’aria circospetta e un po’ stranita, stesa sulla posidonia come in un letto di seta; ecco una pinna nobilis, che gli inglesi chiamano anche pen shell, pronta sul un banco roccioso per l’autografo di Poseidone; ecco i saraghi e le orate, indaffarati a sbocconcellare il loro pasto in piccoli banchi.

apneista con maschera e pinne sopra una prateria di Posidonia oceanica popolata da pesci

La Posidonia oceanica è una pianta, non un’alga

Una foresta, sì, perché la posidonia è una pianta. Una pianta antichissima, una pianta vera, con un vero apparato radicale e tessuti vascolari per il trasporto dei nutrienti. Una fanerogama, che in quanto tale ha un apparato riproduttivo evidente: radici, rizomi, fusto, foglie e persino fiori, frutti galleggianti e semi. Ed è una pianta antichissima. Antica più del dio greco da cui prende il nome, endemica del Mediterraneo da milioni di anni.

Una specie endemica del Mediterraneo

In tempi remoti era apprezzata per le sue proprietà isolanti e impiegata come materiale da imbottitura: fino al Novecento, in alcune vecchie dimore, era possibile trovare dei materassi riempiti di posidonia essiccata.

Questa pianta, che può spingersi gli oltre i quaranta metri di profondità a seconda della della trasparenza dell’acqua, rappresenta  uno degli ecosistemi più importanti nell’area del Mediterraneo. Le praterie di posidonia, producono ossigeno, assorbono notevoli quantità di anidride carbonica, rallentano l’erosione costiera, stabilizzano i fondali e offrono rifugio a centinaia di specie marine.

Dal punto di vista della funzione ecologica, la posidonia è paragonabile alle foreste tropicali: attraverso la fotosintesi, un solo metro quadrato di questa pianta produce dai 14 ai 20 litri di ossigeno al giorno. È un vero e proprio polmone verde: un ettaro di Posidonia oceanica può accumulare fino a circa 1.500-2.000 tonnellate di carbonio nel suolo marino. La pianta è infatti in grado di conservare la sostanza nella matte – l’insieme stratificato composto dalle radici, dai rizomi e dal fondale sabbioso sotto di essa – mantenendola intrappolata. Dato che la matte può crescere di un metro all’anno e raggiungere diversi metri di spessore, è evidente quanto questo sistema possa contribuire alla riduzione dell’inquinamento e del riscaldamento globale.

Dall’aria alla terra: la scocciatura di trovarsi con dei frammenti di posidonia sulla pelle è ampiamente compensata da un vantaggio di grande rilievo. Le foglie nastriformi, accumulate sulla battigia, proteggono la costa dall’erosione, riducendo l’impatto del vento e del mare. Le cosiddette banquettes di posidonia contribuiscono in modo significativo alla protezione delle coste dalle tempeste e dall’innalzamento dei mari.

Eppure, troppo spesso al bagnante poco esperto, i cumuli di posidonia sulle spiagge sembrano rifiuti, detriti che rovinano la bellezza del luogo e che andrebbero rimossi. L’idea di una baia preconfezionata da cartolina è – e dovrebbe restare – soltanto un’illusione e sarebbe davvero il caso che la Natura si riprendesse, laddove necessario, la libertà di seguire i propri canoni, e non i nostri.

Prateria di Posidonia oceanica con numerosi pesci e subacquei sullo sfondo

Le banquettes proteggono le spiagge dall’erosione

La posidonia, dicevamo, è un ecosistema: può ospitare fino a 1.000 diverse specie marine e circa 300 specie vegetali associate, fornendo nutrimento e rifugio a pesci, crostacei e molluschi. Viene perciò considerata un importante bioindicatore dello stato di salute delle acque.

Sfortunatamente tuttavia, a minacciare questo ecosistema non è soltanto una pulizia eccessiva delle aree costiere. La sopravvivenza della posidonia è messa a rischio anche dal riscaldamento climatico e dall’attività antropica: urbanizzazione costiera, pesca a strascico, acquacultura, ancoraggi delle imbarcazioni possono compromettere i delicati equilibri delle praterie sommerse.

I rischi sono molto elevati, perché la posidonia cresce a un ritmo lentissimo: da uno a sei centimetri l’anno. Alcune distese presenti nel Mediterraneo potrebbero avere un’età di migliaia, se non addirittura di milioni di anni. In certe zone ospitano ancora oggi alcuni tra gli organismi clonali più antichi della Terra.

Sebbene manchi dell’allure porporinodei coralli o della chiassosa appariscenza della fauna marina, la posidonia ha dunque un valore inestimabile, quasi pari alla sua stessa fragilità. Un danno prodotto da un’ancora o da una rete può infatti richiedere secoli per rigenerarsi, tanto che i tempi di recupero, su scala umana, risultano di fatto trascurabili.

A causa di questa lentezza, le praterie di posidonia stanno diminuendo a un ritmo allarmante. La riduzione delle aree ha raggiunto il 34% negli ultimi cinquant’anni. Nello studio di riferimento, Waycott et al. stimano che una percentuale pari all’1,5% delle praterie di posidonia sia destinato a scomparire annualmente.

Seppia mimetizzata tra le foglie di Posidonia oceanica

Quanto è estesa la posidonia nel Mediterraneo

Sebbene considerata fondamentale per gli equilibri del Mediterraneo e al centro di un crescente interesse scientifico, questa pianta non è stata finora oggetto di studi approfonditi in rapporto alla sua distribuzione nel bacino. La conoscenza storica del fenomeno risulta generalmente frammentaria.

L’accuratezza delle mappe è oggetto di discussione sia dal punto di vista dei metodi impiegati, che da quello dei risultati raggiunti e non è chiaro se l’estensione della posidonia sia sovrastimata o sottostimata. I primi, rari, tentativi di mappatura risalgono alla fine del diciannovesimo secolo, anche se in Italia e in Francia, già negli anni Settanta venivano resi pubblici alcuni approfondimenti sul tema. In tempi più recenti, accordi internazionali e normative europee (tra cui la Convenzione Di Barcellona e la MSFD) hanno ribadito l’importanza delle indagini e della ricerca nei paesi coinvolti.

Allo stato attuale, è necessario dare priorità all’analisi della diffusione dell’ecosistema, per poi intervenire nelle aree in cui la riduzione delle pressioni ambientali risulti efficace in termini di costi e di risorse impiegate.

Secondo gli studi, pare che la posidonia occupi l’1-2% dei fondali mediterranei, ma una stima precisa è ancora in via di definizione. L’area attualmente conosciuta occupa 12.247 km². Satelliti, droni, veicoli a controllo remoto e software dedicati hanno permesso di migliorare notevolmente l’accuratezza della mappatura, anche in acque profonde.

Nel corso di questi studi si è notato che la presenza della posidonia dipende da fattori quali temperatura, salinità, profondità, torbidezza e da una combinazione di fenomeni naturali e legati all’attività umana. La specie è presente lungo la maggior parte delle coste del Mediterraneo, ma è assente in alcune aree, quali Tarragona e la foce dell’Ebro in Spagna, i monti Albères e il delta del Rodano in Francia. Nel mare Adriatico, l’elevata torbidezza della foce del Po impedisce alla posidonia di crescere, mentre in Marocco la corrente nord-atlantica ne condiziona la distribuzione. Attorno alle isole lontane dalla terraferma lo scenario sottomarino è rimasto pressoché invariato, mentre nei porti della Sardegna e delle Baleari si registra una forte riduzione delle superfici. La scomparsa delle praterie sottomarine è un fenomeno globale, che interessa soprattutto le regioni costiere più popolate e industrializzate.

Come possiamo ridurre i danni causati dalle attività umane alla Posidonia

Al fine di ridurre i danni causati dalle attività umane, in alcune aree sono stati introdotti campi boe ecologici, mentre altrove si è dato inizio a programmi per la riforestazione mediante il trapianto di fasci di posidonia. Tuttavia, questi interventi richiedono tempi lunghi e dipendono in larga parte dalla qualità delle acque. Spesso i tentativi falliscono perché l’ambiente risulta comunque troppo degradato e non consente la sopravvivenza delle piante.

E allora, cosa ci resta da fare?

Sicuramente conoscere questa forma di vita così prodigiosa e imparare ad apprezzarla, perché farlo significa monitorare lo stato di salute del nostro mare e, insieme ad esso, anche il nostro. La posidonia è l’indicatore silenzioso e discreto di un equilibrio: quando è rigogliosa, il mare è vivo. Pensateci la prossima volta che entrate in acqua.

Foto di Emilio Mancuso

Illustrazione a cura di Marianna More
Illustrazione a cura di Marianna More

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