Nel mondo della subacquea si parla spesso di mare, meno di chi prova a conoscerlo attraverso i dettagli.
Ilaria Mariagiulia Rizzuto, nata a Verona nel 1988, è fotografa naturalistica subacquea, subacquea certificata dal 2019 e attiva nella fotografia subacquea dal 2021. In pochi anni il suo lavoro è arrivato nei principali circuiti internazionali, tra Underwater Photographer of the Year, Ocean Art, Galathea, World Nature Photography Awards, VIEPA e OGPICOTY.
Accanto alla fotografia, ha lavorato anche in ambito video e documentaristico sott’acqua, tra progetti editoriali, divulgazione e collaborazioni con brand del settore. In questo percorso si inserisce anche il rapporto con Beuchat, che trova spazio dentro una visione precisa: usare l’immagine per raccontare il mare con attenzione, conoscenza e rispetto per gli animali che lo abitano.

Intervista
Ilaria sappiamo che hai una laurea in tecniche audioprotesiche e sei arrivata alla fotografia subacquea. C’è qualcosa di quella formazione che hai ritrovato sott’acqua con una macchina in mano?
In realtà il mare c’è sempre stato nella mia vita, molto prima della fotografia subacquea. Al quinto anno di liceo avevo deciso di iscrivermi a Biologia Marina a Pisa: avevo già fatto domanda, trovato casa e programmato tutto. Ricordo ancora che dicevo alla mia professoressa di biologia che un giorno sarei andata a studiare i totani rossi del Cile, perché ero rimasta affascinata da un documentario visto anni prima.
Poi però ho avuto paura. Un po’ per quello che sentivo raccontare sulla difficoltà della ricerca in Italia, un po’ per l’incertezza lavorativa che vedevo attorno a quel mondo. Così ho cambiato strada e ho scelto una laurea che mi desse stabilità, con uno sbocco professionale concreto e sicuro. Mi dicevo: “Farò un lavoro che mi permetta poi di dedicarmi, nel tempo libero, a ciò che amo davvero”.
Col tempo ho capito che quella passione non se n’era mai andata. Anzi, appena posso torno al mare e a tutto ciò che mi fa stare bene davvero. Il mio lavoro da audioprotesista resta, ma per me è anche il mezzo che mi permette di finanziare ciò che amo profondamente: la subacquea, i viaggi, la fotografia e i progetti legati al mare.
Oggi nella fotografia subacquea trovo esattamente quello che temevo di perdere: felicità, rigenerazione e senso di appartenenza. Non significa che sia sempre tutto semplice o romantico. Alcuni progetti sono fisicamente e mentalmente impegnativi, e non mi immergo sempre in acque tropicali e cristalline. Però anche nelle situazioni più difficili sento di essere nel posto giusto. E forse è proprio questo che ho ritrovato sott’acqua con una macchina fotografica in mano: la sensazione di stare finalmente facendo qualcosa che mi appartiene davvero.

Il tuo percorso nella fotografia subacquea è cresciuto molto rapidamente. Quali passaggi hanno inciso di più: studio, immersioni, errori, confronto con altri fotografi, concorsi?
Sì, il mio percorso può sembrare cresciuto molto velocemente, ma credo che questo dipenda soprattutto dal mio modo di essere e dall’approccio che ho verso tutto ciò che faccio. Alla base c’è sempre tantissimo studio e soprattutto il fatto di non sentirmi mai “arrivata”.
Nonostante i risultati ottenuti in così poco tempo, per esempio, io oggi non mi sentirei mai nella posizione di insegnare fotografia ad altri, perché sento ancora di avere tantissimo da imparare e da scoprire. Credo sia proprio questa continua ricerca a spingermi a migliorare ogni giorno.
Poi ci sono sicuramente dedizione, caparbietà e tanta pratica. Faccio continuamente test, provo, sbaglio, faccio domande e cerco confronto con fotografi che stimo davvero. Però sono anche molto selettiva: non ascolto tutti indistintamente. Preferisco confrontarmi con poche persone di cui riconosco esperienza, sensibilità e coerenza, sia fotografica che umana.
Penso che crescere velocemente non significhi bruciare le tappe, ma mantenere sempre curiosità, disciplina e la capacità di mettersi in discussione.

Secondo te un subacqueo può limitarsi a guardare, o dovrebbe imparare a capire meglio ciò che vede?
Secondo me limitarsi a essere semplici spettatori non basta. La natura è un mondo incredibilmente complesso e affascinante, e più impari a comprenderlo, più cambia anche il modo in cui lo vivi e lo osservi.
Credo che l’approccio corretto sia lo studio: cercare di capire ciò che si osserva, essere curiosi, fare domande, approfondire il comportamento degli animali e gli equilibri degli ecosistemi. Bisogna avere fame di conoscenza.
La curiosità, per me, è davvero la chiave. Perché nel momento in cui inizi a capire ciò che hai davanti, non stai più solo guardando qualcosa di bello, ma stai entrando davvero in connessione con quel mondo. Ed è lì che cambia tutto, sia come persona, sia come fotografo e subacqueo.

La fotografia subacquea può isolare un dettaglio o allargare lo sguardo sull’ambiente. Nel tuo lavoro, questa scelta nasce più dal soggetto, dalla situazione o da una ricerca personale?
Per me nulla esclude il resto, è tutto un concatenarsi di elementi. La scelta di isolare un dettaglio oppure allargare lo sguardo sull’ambiente nasce ogni volta da un insieme di fattori: il soggetto, la situazione, le condizioni del momento e anche ciò che personalmente sto cercando di raccontare.
Ci sono animali o comportamenti che funzionano meglio attraverso un dettaglio, perché ti permettono di creare intimità, concentrazione ed emozione. Altre volte, invece, sento il bisogno di mostrare l’ambiente, il contesto e la relazione tra l’animale e il suo habitat, perché senza quello la storia perderebbe forza. Credo che la fotografia naturalistica non sia mai solo estetica o solo documentazione: è interpretazione. E ogni scelta visiva nasce dall’incontro tra ciò che hai davanti e il modo in cui lo stai vivendo in quel momento.
Quando fotografi un animale sott’acqua, quali sono i segnali che ti fanno capire se puoi restare, avvicinarti o se invece è il momento di allontanarti?
Anche questo nasce, come dicevo prima, dallo studio e dalla documentazione. Credo sia fondamentale conoscere il comportamento degli animali prima ancora di entrare in acqua con una macchina fotografica. Ogni specie ha segnali, spazi e modalità di interazione completamente differenti, e bisogna imparare a riconoscerli e rispettarli.
Per esempio, approcciarsi a uno squalo è molto diverso dall’approcciarsi a un leone marino, soprattutto a un maschio dominante. Con gli squali spesso è importante mantenere un contatto visivo costante, mostrando presenza e consapevolezza. Con un leone marino maschio alfa, invece, un approccio del genere potrebbe essere interpretato come una sfida territoriale. In quel caso bisogna essere molto più delicati nel linguaggio del corpo e nel modo in cui ci si muove.
Osservare i segnali è essenziale: cambiamenti nel comportamento, movimenti più nervosi, posture difensive o atteggiamenti di stress ti fanno capire immediatamente quando è il momento di fermarsi o allontanarsi. Per me la fotografia viene sempre dopo il rispetto dell’animale e della situazione.

Quando parliamo di sostenibilità nella subacquea, secondo te qual è l’aspetto che viene capito meno ed è più difficile da comunicare?
Secondo me l’aspetto che viene compreso meno quando si parla di sostenibilità nella subacquea è proprio l’approccio che dovremmo avere verso la natura e gli animali. Il rispetto dovrebbe venire prima di tutto, ma spesso non è così scontato.
Non deve esistere l’immersione “a tutti i costi”. Ci sono aree del mondo, momenti o situazioni in cui forse non dovremmo entrare in acqua o dovremmo limitarci di più, mentre in altri contesti certe interazioni sono possibili. E dietro queste differenze c’è quasi sempre una motivazione biologica o comportamentale che andrebbe conosciuta e rispettata.
Un altro problema è la ricerca della fotografia a tutti i costi. A volte, pur di ottenere uno scatto, gli animali vengono spostati, disturbati o stressati. Questo, per me, non dovrebbe mai accadere. Una fotografia non può valere più del benessere dell’animale o dell’equilibrio dell’ambiente che stiamo osservando.
Credo che la vera sostenibilità parta dalla consapevolezza: capire che siamo ospiti in un mondo che non ci appartiene e comportarci di conseguenza.
Quanto conta la conoscenza biologica nella costruzione di una buona immagine subacquea? Ti interessa prima riconoscere il soggetto, capirne il comportamento o trovare la composizione?
Per me la conoscenza biologica conta moltissimo. Una bella immagine, da sola, può anche fermarsi all’estetica ed essere fine a sé stessa. Ma quando dietro c’è comprensione del soggetto, del suo comportamento e dell’ambiente in cui vive, allora la fotografia acquisisce una profondità completamente diversa.
È proprio da quella conoscenza che si sviluppa qualcosa di più completo: non solo una bella foto, ma un racconto, un progetto, una testimonianza più consapevole del mondo naturale.
Personalmente mi interessa prima capire ciò che ho davanti. Riconoscere il soggetto, osservarne il comportamento, comprendere i suoi tempi e il contesto in cui si muove. La composizione arriva di conseguenza. Perché quando inizi davvero a conoscere un animale o una situazione, anche il modo di fotografarla cambia in maniera naturale e più autentica.

Oggi molti subacquei fotografano, filmano e pubblicano. Che responsabilità ha chi trasforma un incontro sott’acqua in un contenuto visibile a migliaia di persone?
Credo abbiano una grandissima responsabilità. Oggi una fotografia o un video possono raggiungere migliaia di persone in pochi minuti, e questo significa che non stiamo solo mostrando un incontro sott’acqua, ma anche trasmettendo un messaggio e un modo di approcciarsi alla natura.
Per questo, secondo me, non deve mai esistere la foto o la ripresa “a tutti i costi”. Il benessere dell’animale e il rispetto dell’ambiente devono venire prima del contenuto.
Dovremmo sempre ricordarci che siamo ospiti. Non siamo noi a comandare sott’acqua, non siamo lì per imporci sulla natura, ma per entrarci con rispetto e sensibilità. In un certo senso, dobbiamo essere al servizio di quel mondo, non pretendere che sia lui ad adattarsi alle nostre esigenze fotografiche o social.
E questo vale sia dentro che fuori dall’acqua. Ogni volta che abbiamo a che fare con la natura dovremmo mantenere lo stesso approccio: rispetto, consapevolezza e capacità di capire che non tutto ci è dovuto solo perché abbiamo una macchina fotografica o una videocamera tra le mani.
Chi pubblica immagini naturalistiche ha quindi anche la responsabilità di dare il buon esempio, perché molte persone prenderanno quell’immagine come riferimento di ciò che è accettabile fare.
Sei ambassador per brand del settore e partecipi a eventi, panel e progetti di divulgazione. Che cosa deve avere una collaborazione perché sia coerente con il tuo modo di lavorare e di raccontare il mare?
Per me, alla base di qualsiasi collaborazione deve esserci il rispetto della natura. È la prima cosa che conta, prima ancora dell’immagine, del brand o della visibilità.
Una collaborazione deve essere coerente con il mio modo di vivere e raccontare il mare: essere un tramite per dare maggiore visibilità alla bellezza della natura e far arrivare a più persone un messaggio di rispetto, consapevolezza e amore per il mondo naturale. Nel mio caso, soprattutto attraverso la fotografia subacquea.
Non potrei mai collaborare a contenuti o immagini che facciano passare il messaggio che siamo noi a comandare la natura o che gli animali siano lì per soddisfare le nostre esigenze fotografiche o commerciali. Per me deve sempre emergere il contrario: siamo ospiti, e dobbiamo comportarci come tali.

Credo che oggi chi lavora nella comunicazione naturalistica abbia anche una responsabilità educativa. Ogni immagine, evento o progetto può influenzare il modo in cui le persone guardano il mare e gli animali, quindi è importante che il messaggio rimanga autentico e coerente con certi valori.
C’è un progetto, o un tipo di lavoro, che oggi ti interessa più di prima?
Oggi mi interessano molto più di prima i progetti che abbiano un valore di conservazione e, in alcuni casi, anche di denuncia.
Con il tempo ho capito che la fotografia, per quanto importante dal punto di vista estetico, per me non basta più da sola. Mi interessa sempre di più raccontare temi che possano creare consapevolezza, far riflettere e magari aiutare le persone a guardare la natura con occhi diversi.
Vorrei che le mie immagini non fossero soltanto “belle fotografie”, ma strumenti capaci di trasmettere rispetto, fragilità e importanza degli ecosistemi naturali. A volte attraverso la meraviglia, altre volte mostrando problematiche che troppo spesso vengono ignorate.
Penso che oggi la fotografia naturalistica abbia anche il compito di documentare, sensibilizzare e lasciare una testimonianza di ciò che sta accadendo al nostro pianeta.
Ilaria Mariagiulia Rizzuto
Ilaria Mariagiulia Rizzuto è ambassador di Beuchat, uno dei marchi storici della subacquea. La collaborazione si basa su una visione condivisa della fotografia naturalistica, fondata sul rispetto del mare, degli animali e dell’ambiente.










