Qualche giorno fa stavo provando a capire quale potesse essere il miglior setup per la nuova custodia DiveVolk, quella che mi permetterà di portare il Samsung S25 Ultra fino a 60 metri di profondità. La cosa che mi ha colpito subito è stata la semplicità: in un minuto ero pronto a scattare con lo stesso smartphone che uso tutti i giorni, utilizzando il display con le stesse funzionalità della fotocamera. Il pensiero immediato: che figata poter uscire dall’acqua e avere subito foto e video in alta definizione già sul telefono senza sbattimenti.
Quando ogni fotografia subacquea aveva un costo
E mentre facevo queste prove mi sono tornati in mente i vecchi tempi. Quelli dei rullini, da 24 o 36 pose, degli scatti da centellinare perché ogni foto aveva un costo. Dovevi scegliere con attenzione quando premere il pulsante, poi portare tutto a sviluppare, aspettare giorni, spendere soldi e sperare che dentro ci fosse qualcosa di buono.
Poi quelle foto finivano in una busta, in una scatola, in un armadio. Oggi invece è tutto lì: ordinato, ricercabile, salvato nel mio cloud. Posso ritrovare un’immersione, un viaggio, un relitto, una persona, un momento. E lo dico subito, prima che qualcuno mi accusi di tradimento verso la vecchia scuola: io le pellicole non le rimpiango.
Le rispetto, certo. Le ho usate, le ho vissute ma on le rimpiango, perché ogni epoca ha i suoi strumenti e i suoi limiti. La pellicola aveva un fascino enorme e ti obbligava a pensare. Non esisteva la raffica compulsiva, non esisteva il “tanto poi scelgo dopo”. Ogni scatto doveva avere un senso. Dovevi osservare, comporre, aspettare. In questo la fotografia subacquea era forse più lenta, più tecnica, più selettiva.
Il digitale cambia la fotografia subacquea
Poi è arrivato il digitale e ha cambiato tutto. All’inizio non sempre in meglio: le prime compatte in custodia avevano ritardi nello scatto, batterie limitate, sensori piccoli, colori difficili. Però avevano una cosa potentissima: ti permettevano di vedere subito il risultato. Era la fine dell’attesa. Potevi capire se l’inquadratura funzionava, se il flash aveva illuminato bene e potevi imparare più rapidamente.
Da lì in poi la fotografia subacquea ha smesso di essere un territorio per pochi ed è diventata sempre più accessibile. Sono migliorate le compatte, sono arrivate mirrorless sempre più performanti, le action cam hanno reso il video facile e immediato. E poi, sott’acqua, è arrivato anche lui: il telefonino.
Per anni il cellulare è stato qualcosa da lasciare rigorosamente all’asciutto, chiuso in barca, lontano da sale e sabbia.
Oggi, con custodie come DiveVolk, Easydive e Sealife, lo smartphone diventa uno strumento utilizzabile anche sott’acqua. Non un giocattolo, non solo una soluzione d’emergenza, ma una possibilità reale per fotografare-filmare-montare-condividere.

Lo smartphone può sostituire una fotocamera subacquea?
Questo però non significa illudersi che, solo perché portiamo sott’acqua un cellulare di ultima generazione, inizieremo automaticamente a produrre capolavori. Non succede nemmeno fuori dall’acqua. Quando voglio provare a fare fotografie belle, pensate e curate, continuo a usare la reflex e il parco ottiche serio. Perché lo strumento conta.
Lo stesso varrà sott’acqua. Se vorrò realizzare immagini di un certo tipo, continuerò a usare l’attrezzatura fotografica più adatta. Ma questa evoluzione mi dà una possibilità in più: leggera, funzionale, immediata. Una soluzione che non sostituisce necessariamente gli altri strumenti, ma affianca il modo in cui posso raccontare un’immersione. Si affianca alla tecnologia 360° che mi fa impazzire per i video e per la quale continuerò ad usare Insta360 X5.
Ed è qui che il cambiamento diventa culturale. Non stiamo parlando solo di qualità dell’immagine, ma del nostro rapporto con il racconto del mare. Oggi un subacqueo può entrare in acqua con lo stesso dispositivo con cui vive, comunica, lavora, archivia ricordi e racconta il mondo. Si fotografa, certo. Ma soprattutto si filma e il video ha cambiato profondamente il modo in cui raccontiamo le immersioni. La foto ferma un istante, il video restituisce un movimento, un’atmosfera, un’esplorazione. Mostra una tartaruga che si allontana, una manta che passa, un compagno che illumina un relitto, la luce che cambia, la sospensione dell’acqua, le bolle che salgono, il buddy che fa lo scemo.
La fotografia subacquea tradizionale cercava spesso l’immagine perfetta. Il video contemporaneo cerca sempre più spesso l’esperienza. Non è meglio o peggio: è diverso. Ma è un diverso che racconta bene il nostro tempo.

Il rischio di vivere l’immersione attraverso uno schermo
Naturalmente c’è anche un rischio: dimenticarsi di immergersi e guardare l’immersione dal cellulare anche sott’acqua finendo per inseguire materiale da pubblicare e questo fa perdere l’immersione, oltre ad essere pericoloso.
C’è poi il rischio della banalizzazione. Se tutti possono filmare tutto, non tutto diventa automaticamente interessante. Avere uno smartphone in custodia non rende nessuno un narratore, così come una Nikonos non trasformava automaticamente un subacqueo in un grande fotografo. Servono comunque occhio, stabilità, conoscenza dell’ambiente, capacità di avvicinarsi senza disturbare e senso del racconto, oltre alla capacità di selezionare gli scatti per non annoiare gli amici con foto o video noiosissimi.
Per questo non rimpiango le pellicole, ma non le dimentico. Ci hanno insegnato il valore dell’attesa, della scelta, della tecnica. Il digitale ci ha insegnato a migliorare più velocemente. Le action cam ci hanno insegnato che il movimento è parte del racconto. Il cellulare sott’acqua ci sta insegnando che la subacquea può essere narrata in modo più immediato, personale e accessibile.
Siamo entrati in una nuova fase della foto-video sub.
Non conta se abbiamo in mano una macchina a pellicola, una reflex in custodia, una action cam o un cellulare con la custodia. Conta cosa decidiamo di guardare, come ci muoviamo sott’acqua, il rispetto che abbiamo per ciò che fotografiamo.
Molto è cambiato ma la vera sfida, oggi come ieri, è riuscire a portare fuori dall’acqua non solo un’immagine bella, ma un frammento autentico di quello che abbiamo vissuto laggiù.
Oggi abbiamo degli strumenti in più per farlo.














