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Introduzione al digitale
Autore: Leda Masi
Digitale e analogico non costituiscono necessariamente un aut-aut:
in realtà qualsiasi immagine può essere convertita in digitale e come tale
trattata. Questa unione può diventare estremamente proficua dal punto di vista
della creatività e delle opportunità. Quando un’immagine diventa file digitale
si ha un grado di flessibilità e controllo sul suo aspetto che difficilmente si
avrebbe in camera oscura.
I file immagine sono generalmente in formati standard, cioè leggibili da una
vastissima gamma di applicazioni. Agli ormai universali formati TIFF e JPG,
molte macchine digitali di fascia alta aggiungono il formato RAW. Questo può
essere considerato il vero “negativo? digitale, non alterato dagli algoritmi
della macchina: non vengono infatti applicate tutte quelle impostazioni di
sharpening, saturazione, contrasto, punto di bianco ecc. Il file così ottenuto
può essere successivamente corretto, applicando a posteriori queste regolazioni,
direttamente in macchina, e sempre in macchina salvato come TIFF o JPG; oppure
può essere comodamente rielaborato in seguito a computer. La perdita di dati con
questo formato è nettamente inferiore a quella che si avrebbe registrando in
TIFF, l’immagine ottenuta è a 10 o 12 bit, fino ai 16 di alcune macchine, contro
gli 8 del TIFF standard e dei formati compressi. Richiede per l’elaborazione un
lettore proprietario o un plugin apposito. Le immagini sono generalmente molto
pesanti (anche se molto meno del TIFF) e la velocità di registrazione può essere
molto bassa. Non è inoltre un formato universale, ogni marca ha la propria
versione. Nonostante questi limiti, il formato RAW è utilissimo in tutte quelle
situazioni in cui si deve ridurre al minimo la perdita di dati, in situazioni di
dinamica molto elevata, in presenza di particolari condizioni di luce o di
colori difficilmente controllabili. Consente un controllo sull’immagine finale
senza precedenti: via software si può intervenire in modo chirurgico su
temperatura del colore, tonalità, saturazione, sharpness, contrasto e altro,
sfruttando anche l’enorme aiuto di un istogramma che visivamente rappresenta via
via la distribuzione del colore e delle luci nell’immagine, fino a ottenere un
risultato finale impeccabile.
Quasi tutte le fotocamere oggi dispongono di almeno due formati di file:
  TIFF,
senza compressione, genera file molto pesanti ma con minore perdita di dati
JPG,
un formato a maggiore compressione e perdita di dati, solitamente disponibile
con diverse opzioni di compressione, da LQ (low quality), più compresso, file
più piccoli e alta velocità, a SHQ (super high qualità, oppure FINE, a seconda
delle marche), meno compresso e più pesante. Alcune camere danno la possibilità
di scattare in RAW, con i vantaggi di cui sopra.
La compressione porta la stessa immagine da 5.390 kb a 146 Kb.
Fotografare significa, sempre e in ogni caso, scrivere con la luce. Le macchine
fotografiche, di ogni tipo, registrano la scena inquadrata attuando un mutamento
nel materiale fotosensibile. Nella fotografia tradizionale la pellicola registra
le immagini per mezzo di una reazione chimica che avviene sulla sua superficie.
La fotocamera digitale raccoglie la luce su un sensore elettronico
fotosensibile. Le immagini registrate su pellicola sono costituite da granuli di
sali di diversa grandezza, disposti casualmente e nei tre colori fondamentali.
L’immagine finale è tanto più nitida quanto meno “veloce? (sensibile) la
pellicola, poiché i granuli sono molto piccoli e la grana non viene percepita.
L’immagine digitale è composta da pixel tutti di uguale dimensione, con una
distribuzione regolare e una vastissima gamma di colori. I pixel sono di forma
quadrata e tanto piccoli da essere individualmente invisibili, fino a
ingrandimenti anche spinti.
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